Critica: Paolo Naldi, Human Border, di Massimo Sgroi

Square

Le parole non sono neutrali, esse abitano dentro di noi, hanno una vita propria.

Senza parole il pensiero stesso non esiste.

Max personal episteme

In ogni istante della sua lunga esistenza il pianeta terra è attraversato da una corrente elettrica impazzita; da esseri umani che sciamano da un luogo all’altro, da una radice alla spossatezza di una indeterminata esistenza. Ogni giorno milioni di individui attraversano le rotte della disperazione cercando una occasione di rinsediamento in mondi “altri”. Sono le vie delle grandi metropoli urbane che percorrono come ferite il tessuto delle città, delle banlieu, degli agglomerati dove gli esseri umani corrono verso la catastrofe socioecologica del terzo millennio. Essi diventano le particelle che subiscono le agonie dei non luoghi, dei mostri delle grandi conurbazioni deprivate delle identità e delle storie; i mostri dove ogni frazione di città finisce per essere un mondo altro rispetto ad una storia ed una memoria. Le ansie etnocentriche delle concentrazioni forzate di etnie spesso distanti fra loro annullano ogni possibilità di creazione di un mondo che abbia un progetto e le distopie di questa esistenza creano soltanto una maligna evoluzione di disuguaglianze. Ed è su queste distopie che nasce il lavoro di Paolo Naldi; opere pittoriche crude, dirette, deprivate di ogni eccesso formale e che, proprio nella loro crudezza, finiscono per rappresentare l’altra metà del pianeta: quella che vive, combatte e soffre per una sopravvivenza disperata. Sono gli esseri umani in sé il centro di questo lavoro; siano essi migranti in cerca di fortuna, siano gli abitanti dei sotterranei, “underground” della cultura poco cambia nella percezione dell’esistenza dell’artista napoletano. Egli è un detonatore dell’accadere, una scheggia che attraversa le tensioni sociali di una nazione e di un pianeta impazzito.

Il suo stilema artistico si basa su di una forma delle relazioni che, mai come oggi, è incontrollabile sistema di frammenti assiomatici deliranti; la voglia di cambiamento, che agitava il pensiero umano fino all’inizio degli anni ’80 si dissolve in un frammentato universo di pensieri, di idee, di sensazioni la cui forma è nient’altro che caos urbano e sociale. Perché se l’arte era potente mezzo di comunicazione della critica sociale oggi è, in maggior parte, né più e né meno di una vuota amministrazione dell’esistente finanziario. Fino a quando, in un moto di ribellione istintuale, i non omologati, come Paolo Naldi, non torneranno a sporcare con i sentimenti la geometrica, fredda disperazione del mondo contemporaneo.

Massimo Sgroi

Paolo Naldi, Human Border, personale a cura di Massimo Sgroi, Museo MAC3, Caserta, 2017 / 2016

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