ARTIST STATEMENT di PAOLO NALDI
Mi chiamo Paolo Naldi e lavoro con la pittura come mezzo primario di indagine esistenziale. La mia ricerca nasce da una tensione profonda verso ciò che non si mostra completamente, ciò che resta in bilico tra apparizione e sparizione, corpo e assenza, memoria e oblio. La pittura, per me, non è rappresentazione, ma una soglia: un luogo mentale dove si apre uno spazio possibile per l’incontro con l’invisibile. La mia pratica si fonda sulla sottrazione, sull’essenzialità e sulla sospensione. La superficie del quadro è per me un campo sensibile, un dispositivo percettivo che accoglie segni minimi, tracce, gesti ridotti all’osso, ma carichi di una tensione interna. Ogni elemento, ogni frammento figurale, ogni cromia è il risultato di un lavoro di limatura, di negazione, di scavo. Non cerco di aggiungere, ma di togliere, di spogliare il visibile per avvicinarmi a un’essenza non rappresentabile. Questo processo mi consente di portare la pittura al limite della sua stessa definizione.
Vengo da un percorso autonomo, autodidatta, fuori dalle accademie, ma immerso nella riflessione costante sul linguaggio pittorico. Ho sempre concepito la pittura come un luogo della mente, ma al tempo stesso come un’esperienza corporea. C’è un ritmo interno, una fisicità lenta e concentrata nel mio modo di dipingere. Uso spesso formati verticali, forme archetipiche, geometrie interrotte, porzioni di figure o corpi che emergono e si dissolvono. Non narro, ma evoco. Non illustro, ma metto in tensione. La mia è una pittura concettuale-esistenziale ma che resta fedele alla forza primaria della materia pittorica. Non mi interessa fare pittura “di concetto” nel senso sterile del termine, ma abitarla come luogo di interrogazione del tempo, dell’essere, della memoria incarnata. Ogni opera è per me una sorta di soglia aperta sul non detto, sul non visibile, una tensione verso ciò che resta dopo il linguaggio. Dunque, in un tempo dominato dall’iper-visibilità e dalla smaterializzazione del corpo nell’ecosistema digitale, la pittura si presenta per me come atto di resistenza percettiva. Ogni opera si fa archivio non-digitale, deposito emotivo e mentale che contrasta la logica del dato, dell’immagine istantanea, della memoria esternalizzata.
Molti hanno definito il mio lavoro come una pittura “del limite”, e in effetti il limite è uno dei miei territori privilegiati: il limite del corpo, del segno, del senso. È lì, in quella soglia fragile, che mi sento chiamato a intervenire. A volte il colore è ridotto a un’unica tonalità; altre volte il segno sembra voler uscire dal quadro o scomparirvi. Il tempo è dilatato, stratificato: ogni tela è un archivio emotivo, un campo di resistenza silenziosa. Il mio lavoro ha preso forma nel contesto napoletano, dove sono nato e cresciuto, ma si è aperto progressivamente a un dialogo più ampio e internazionale. Le mie opere sono state esposte in spazi istituzionali ma anche in luoghi indipendenti, spesso caratterizzati da una forte carica sperimentale. Non cerco di adattare il mio lavoro al mercato, ma di trovare interlocutori autentici, curatori, gallerie e spettatori capaci di confrontarsi con una pittura che non offre risposte, ma genera domande. Credo nella lentezza del gesto, nella profondità del pensiero e nella necessità di creare spazi di resistenza percettiva. In un’epoca dominata dalla sovraesposizione e dalla velocità dell’immagine, il mio lavoro propone uno spazio mentale e temporale altro, dove l’attenzione, il silenzio e la presenza ritrovano valore. Dipingo per restare in contatto con ciò che non ha voce, con le memorie che non si possono narrare, con i vuoti che ci abitano. La pittura, per me, è un atto di ascolto, una pratica spirituale e materiale, un modo di restare vigile di fronte all’invisibile.
